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30 agosto 2017

Caro Minniti, se abbiamo un problema di tenuta democratica per questi numeri di migranti, allora abbiamo un problema ben più grosso...

Tuttavia, se davvero così fosse, bisognerebbe essere particolarmente allarmati per la situazione della nostra democrazia (io lo sono, a prescindere, da tempo). Se un paese di 60 milioni di abitanti (che peraltro non fa mai i conti con 80 milioni di persone di origine italiana, cioè gli emigrati e la loro discendenza, sparsi nel mondo) di fronte a numeri contenuti se paragonati a quanto avviene nel resto del mondo, rischia il tracollo democratico, vuol dire che siamo una democrazia così debole da essere esposta al minimo "stormir di fronda".

di Redazione

Non mi stancherò mai di provare a mettere tutti di fronte all'evidenza dei numeri. Nel 2014 sono approdati sulle coste italiane 170.000 persone, di cui più della metà ha raggiunto l'Europa del Nord (Germania e Svezia in primis). Nel 2015 circa 153.000 (quindi di meno); contemporaneamente nel solo 2015 in Grecia, paese di 11 milioni di abitanti, ancora nel mezzo di una crisi economica devastante, sono arrivate 816.000 persone. Non oso immaginare se fosse successo in Italia! Ma continuiamo: nel 2016 sono sbarcati in Italia 181.000 persone (un po' di più, perché a marzo 2016 è entrato in vigore l'accordo con la Turchia che ha di fatto chiuso la rotta greca). Nel 2017 siamo per ora a circa 94.000 (quindi in media con gli anni precedenti). I migranti sbarcati, come dicevamo, in larga parte non sono rimasti in Italia. Nei nostri centri di accoglienza ci sono circa 180.000 persone. A questi vanno aggiunti coloro che hanno già ottenuto lo status di rifugiato e anche coloro che non avendolo ottenuto non sono stati ancora rimpatriati. A tal proposito è sempre bene ricordare che l'incidenza dei rifugiati sulla popolazione complessiva in Italia resta una delle più basse d'Europa. Situazione che si ripete per il numero complessivo di migranti presenti sul territorio nazionale. Sia chiaro: con questo non voglio dire che non siamo di fronte a un problema grande e che non si debba operare per cambiare radicalmente le cose, per tante ragioni a iniziare dal fatto che la relazione con il continente africano deve necessariamente porsi come primo punto del nostro futuro (per ragioni che proverò a descrivere in altra sede). Anche se va aggiunto che i numeri in questi pochi anni sono stati condizionati dal forte flusso da Siria, Afghanistan e Iraq, cioè da situazioni di guerra (non quindi migrazioni c.d economiche) e non da paesi africani. E' del tutto evidente, poi, che il paese di primo approdo deve affrontare problematiche di prima accoglienza che non gravano su altri paesi. Però a me un paese messo così fa davvero paura: mentre "festeggiate" per il calo degli sbarchi, sarebbe forse opportuno fare una riflessione su questo. Non su fb, naturalmente. Una cosa seria, che coinvolga intellettuali, storici, economisti, e persino psicologi (penso che anche esperti di media sarebbero utili...).
Sono certa che un giorno, con distacco, sarà più facile analizzare come e perché si è scatenata una simile reazione nel nostro Paese. Però forse allora sarà troppo tardi. Dobbiamo farlo ora: questo, insieme a tanti altri segnali, dovrebbe farci capire che è tempo di occuparci della salute della nostra zoppicante democrazia, al di là e a al di fuori delle meste considerazioni sulla scarsa affluenza al voto che facciamo ad ogni tornata elettorale.

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