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06 dicembre 2017

Conoscere i diversi indici di povertà primo passo per essere credibili nel proporre soluzioni

Anche oggi i dati diffusi dall’Istat sugli indicatori di povertà o rischio di esclusione sociale e di grave deprivazione materiale vengono usati strumentalmente sul tema del contrasto alla povertà. Ciò non stupisce, stante il clima di campagna elettorale permanente, ma le valutazioni erronee dovute alla mancata conoscenza del significato dei dati oggi aggiornati non aiutano di certo un’analisi seria sulle politiche di contrasto alla povertà.

di Redazione

Questi indicatori infatti, sulla scorta dell’indagine campionaria EU SILC, nell'ambito della strategia Europa 2020, si fondano su interviste a campione di cittadini e non su dati monetari oggettivi come avviene invece per l’indicatore di povertà assoluta, target di riferimento delle misure di reddito minimo di ultima istanza adottate in tutti i Paesi europei, tra le quali, dal primo dicembre, rientra a pieno titolo il Reddito d’Inclusione. Non bisogna assolutamente sottovalutare gli incrementi dei primi due indicatori citati indicati dall’Istat, utili nell'evidenziare il livello delle disuguaglianze e riferimento importante per indirizzare i dati positivi della crescita economica, anch'essi oggi certificati. Ma sul tema del contrasto alla povertà, i Governi Renzi e Gentiloni hanno reso possibile un passo avanti di importanza fondamentale per il nostro sistema di welfare: l’introduzione della prima misura unica a livello nazionale di contrasto alla povertà, il Reddito d’Inclusione, grazie agli stanziamenti più alti mai previsti nella storia del nostro Paese (2 miliardi di euro nel 2018 per giungere ad oltre 2,7 miliardi a partire dal 2020, con un indiscutibile trend orientato ad ulteriori incrementi). Un Paese, dunque, che si è finalmente riallineato al quadro europeo, nel rispetto proprio della strada indicata più volte dalle Istituzioni dell’Unione. Una strada dove non c’è traccia del reddito di cittadinanza, invocato nella solita confusione creata ad arte dal Movimento Cinque Stelle. Il lavoro da fare è, di certo, ancora tanto ma saper leggere nel modo giusto e non strumentale gli studi effettuati sulla situazione socioeconomica del Paese è la premessa per individuare le giuste soluzioni e per consentire un dibattito serio anche tra posizioni diverse, ma che dovrebbero risultare quantomeno credibili.

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